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Il lastricato di Monterotondo
Ogni rimbalzo del pallone batteva su una memoria che dormiva sotto di noi
Sul lastricato dei capannoni del campo di concentramento di Monterotondo ho imparato a tirare di collo pieno, a cadere senza piangere, a gridare “passa!” con tutta l’aria nei polmoni.
Allora non sapevo nulla.
Per me era solo un grande piazzale di cemento screpolato, con l’erba che spuntava tra le fessure come se volesse prendersi la rivincita. C’ero io, c’era Fernando c’era un pallone fatto con una pietra tonda e un pomeriggio che sembrava infinito. Il sole batteva sulle pietre e noi correvamo, padroni inconsapevoli di un regno silenzioso. Fernando rideva. Aveva un tiro storto ma potente, e quando segnava alzava le braccia come in uno stadio immaginario. Io lo sfidavo, ero più piccolo, inciampavo, cadevo su quel cemento duro. Non sapevamo che sotto le nostre scarpe c’era un’altra storia. Non sapevamo che quelle stesse pietre avevano contato passi diversi dai nostri. Molto prima che io e Fernando inventassimo le nostre partite, nel 1918 su quel lastricato camminavano prigionieri austro-ungarici.
Tra loro anche Ludwig Wittgenstein.
A volte mi fermo a pensarlo: lui, con il suo silenzio carico di pensieri, forse fissava lo stesso cielo che io guardavo solo per capire se sarebbe arrivato il buio. Io rincorrevo un pallone di pietra. Lui rincorreva parole capaci di dare un ordine al mondo. Quando l’ho scoperto, anni dopo, ho sentito un brivido. Mi sono rivisto bambino, con Fernando, le risate che rimbalzavano tra i capannoni. Ogni nostro tiro era un’eco sopra un’eco. Ogni rimbalzo del pallone batteva su una memoria che dormiva sotto di noi. Ricordo anche il filo spinato arrugginito, che per noi era solo un confine da non oltrepassare. Non ne capivamo il senso. Non potevamo immaginare che un tempo avesse segnato la linea tra libertà e prigionia. Per noi era solo un ostacolo. Per altri era stato destino.
Oggi, quando ripenso a quel lastricato, non vedo più solo il campo delle nostre partite. Vedo due tempi sovrapposti: il mio e quello di chi c’era prima. Sento ancora la voce di Fernando che mi chiama, il rumore secco del pallone sul cemento. Ma sento anche un silenzio più antico, più profondo. Abbiamo giocato sopra la storia senza saperlo. E forse è giusto così: perché la vita, anche nei luoghi feriti, trova il modo di tornare.
Io e Fernando correvamo liberi dove altri avevano camminato da prigionieri.
E in quella libertà inconsapevole, senza volerlo, abbiamo dato a quel lastricato una seconda possibilità di respirare.
Dopo ottant’anni il Comune ha dedicato a Ludwig Wittgenstein il Largo di Monterotondo. È difficile da pronunciare, quel nome che sembra inciampare tra le consonanti, ma è un suono che pesa come la storia. È difficile da dire, ma è necessario.
Questo racconto giunge anch'esso da una persona radicata ed amante del territorio e lo ringraziamo per concederci queste emozioni, almeno per me, che le replico semplicemente in questo progetto, danno emozione ed aprono uno squarcio immenso, credo pure che non sia solo per me, io lo dico lo esterno ma so che tanti le vivono quanto me queste emozioni ed è a loro che mi rivolgo, se avete storie, aneddoti curiosità o qualsiasi cosa che chiudendo gli occhi vi apre il cuore... io ci sono.